|
D: Dopo l’operazione al tendine d’Achille sinistro
molti avevano dato per finita la tua attività
agonistica.
R: Dopo un paio di maratone, tra cui New York,
per verificarne la sua tenuta, e dopo tanti
sacrifici inenarrabili per tornare quello di prima,
ho deciso di sottopormi ad una prova estrema quale
quella di ripetere per la terza volta la più alta
maratona d’Europa, la famigerata Swiss Alpine
Marathon, dove per due volte ero stato il primo
degli italiani al traguardo.
D: 42 km con un dislivello di oltre 3800 mt. Parlaci
del percorso
R: Si tratta di attaversare due passi alpini come
Keshutte a 2632 mt slm e ora non più Scalettapass il
cui nome dice tutto, ma il Sertigpass a 2739 mt slm
che prevede 5 km in “piano” a oltre 2600 mt slm da
percorrere velocemente in un imbuto con venti
gelidi, tratti ghiacciati, rocce scivolose e larghi
ruscelli con acqua gelida da attraversare seguiti da
un ascensione di 180 mt in poco meno di 600 mt. Roba
da sbattere il muso sulla montagna!
D: Da quanto tempo pensavi di ripetere questa
avventura?
R:Per la verità dentro di me già da tempo covava
il desiderio di ripetere questa gara anche se,
proprio per la menomazione che avevo avuto, pensavo
semplicemente di ripercorrerla a passo tranquillo e
ben imbottito di viveri, giacca, berretto e guanti ,
pensando di godermi, mano a mano che mi sarebbero
venuti, i pensieri delle passate imprese . E invece
nel febbraio 2011 qualcosa è esploso dentro di me.
Da lì a tre mesi si sarebbe disputata una maratona
estrema nel parco nazionale d’Abruzzo a Collelongo,
sia pure con un dislivello di parecchie centinaia di
metri inferiore e con una punta massima da toccare
di oltre 1000 mt in meno, senza contare il clima
molto, ma molto più mite.
D: Quindi un allenamento con andatura “da
passeggiata”?
R: . Decido di provarci. Vado a rivedere nel mio
diario gli allenamenti che ho svolto nelle passate
edizioni e li eseguo. Ma qualcosa non ha funzionato.
Infatti nel corso della gara sono caduto in discesa
procurandomi dei brutti ematomi con copiose perdite
di sangue di cui porto ancora evidenti i segni al
braccio, alla spalla e alla gamba… tutti a sinistra.
Solo più tardi ho capito che ciò era dovuto alla
debolezza del tendine sinistro che, non spingendo
bene, mi faceva strisciare il piede per terra fino
ad inciampare ed a farmi cadere rovinosamente sul
fianco sinistro. Ma non potevo mollare, avrebbe
significato la mia fine, anche a livello
psicologico.
D: Arriviamo alle due settimane che precedono la
gara…
R: Memorabile l’allenamento fatto 15 giorni prima
della gara, che mi ha dato la certezza di aver
lavorato bene: in 24 ore d’orologio ho svolto alle
ore 17 del sabato 2h 30’ di corsa ondulata a quota
1800 sul Morrone, la mattina dopo alle 7 un medio di
20 km di cui 8 km a 4’08” e… appena il tempo di
cambiarmi… subito sul Gran Sasso dove mi aspettavano
14 km tutti in salita seguiti da altri 3 km quasi in
arrampicata. L’ultima settimana eseguo un forte
scarico di carboidrati pur continuando ad allenarmi
arrivando a fare 3 giorni prima sei ripetute sui
1000 mt a 3’45”-3’50” rischiando più volte la crisi
ipoglicemica. Subito dopo inizio la ricarica dei
carboidrati.
D: Passiamo alla vigilia della swiss alpine marathon
.
R: Guardo spesso le previsioni del tempo,
pessime, che danno lo 0° termico a quota 3100 e neve
a quota 2600. Poco male dovendo trascorrere più di
un ora a quelle quote. Previsioni tutte confermate
alla vigilia e al mattino della gara. La partenza ci
sarà alle 10:30, avrò il tempo di scrutare un po’ il
cielo. Arrivo con un ora di anticipo, giusto il
tempo di mettere a punto gli ultimi dettagli su cosa
indossare e cosa portarmi dietro.. Mi faccio
coraggio e decido di rimanere in pantaloncini corti
e maglietta tricolore a mezze maniche, portando con
me solo un paio di guanti e un leggerissimo gilet
antivento in due taschine dietro la maglia. Sono tra
i pochi che si sono coperti di meno, in salita anche
poche decine di grammi hanno la loro importanza.
D: Si parte…
R: Pronti, via! Santo cielo, scappano via tutti
come se fossimo in discesa piuttosto che in salita,
si vede la differenza tra l’abitare a quota 300 mt e
il vivere a queste altitudini! Cerco disperatamente
di rimanere con i primi ma mi accorgo della
differenza, io già quasi affannato e loro con il
volto rilassato. Comunque si forma un gruppetto di
circa 100 corridori, io sono con questi, gli altri
tutti dietro, e di parecchio. Dopo 12 km ,alla prima
vera salita a quota 2000, ci aspettano 1,4 km con
pendenza 24%. Inizia una pioggia gelida e indosso i
guanti mentre il gilet rimarrà sempre nel taschino,
chissà perché. Arrivo a Keschutte a quota 2632 con
14 minuti di anticipo rispetto alle precedenti
edizioni. Sto andando fortissimo! Calma, devo
rimanere a questa quota per circa 50 minuti prima di
affrontare il micidiale passo Sertig, dopo sentieri
non certo agevoli e larghi ruscelli che devo
attraversare al passo poggiando i piedi sui sassi
sporgenti se non voglio immergere nell’ acqua
ghiacciata le scarpe comunque già inzuppate e
infangate. E guai a scivolare, a quelle quote anche
l’elicottero ha le sue difficoltà. Finalmente il
Sertig, un muro! In 600 mt si sale di circa 180 mt,
ognuno come gli pare: se vuoi seguire il percorso
gara vai diritto in cima, se non ce la fai esci dal
percorso e vai a zig-zag. Io andavo diritto, molti a
zig-zag. Raggiunto il Sertig faccio un urlo
liberatorio alzando i pugni chiusi al cielo,
rimanendo immortalato più volte dai flash dei
fotografi. Siamo a 2760 mt vicini allo O° termico.
Inizia una vertiginosa discesa da percorrere come se
si stessero facendo dei gradoni, con la differenza
che quella che noi chiamiamo la “pedata” del gradino
non è bella diritta , asciutta e antiscivolo, ma
esattamente il contrario, e se caschi ti fermi
parecchi metri più giù.. A questo punto mancano 20
km e dopo quello che ho fatto non so se definirli
tanti o pochi. So solo che se descrivessi
minuziosamente questa seconda parte sarei di
difficile credibilità. Pur scendendo di quota di
circa 1600 mt il percorso era totalmente ondulato
con rapidissimi zig-zag tra gli alberi seguiti da
nervosi strappi. In altre parole immaginate una
pista di motocross leggermente inclinata lunga
appunto 20 km con un solo tratto in piano.
D: Siamo all’ultimo km..il traguardo si avvicina…
R: l’ultimo km lo percorro con gli occhi che non
credono al cronometro! 4h 19’ 23’’. Ancora primo
italiano per la terza volta, 12° dietro i popoli
delle nevi e davanti a centinaia di atleti di ben
altre latitudini
D: …Un futuro tutto da scoprire…
R: Il prossimo anno compirò 50 anni e sto già
pensando alla quarta volta….
D: Grazie Pierluigi. I nostri complimenti per lo
strepitoso risultato ottenuto in una gara dove il
minimo errore può causare seri infortuni e dove la
preparazione deve essere perfetta. Grazie anche per
aver scritto il nome Pratola peligna all’albo della
gara. Ah ! "Quanto tempo ha richiesto la
preparazione?
R: Circa 7 mesi. ..3200 km...quattro paia di
scarpe nella differenziata. |