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Questo imponente immobile,
composto di circa una trentina di ampie aule, molto luminose
e salubri, fornito di ogni comfort moderno per quei tempi,
dotato di impianto di riscaldamento centralizzato
(termosifone), completo di accessori complementari quali
palestra per le esercitazioni ginniche, uffici per la
segreteria e per la direzione didattica, nonché alloggi per
i bidelli, sorse perché voluto dal governo dell’epoca, il
quale, appena al potere, ebbe subito a cuore l’istruzione
della gioventù, dando a ciò priorità assoluta.
L’insediamento
delle scuole nel nuovo edificio risolse finalmente l’annoso
problema scolastico che si trascinava da decenni, con piena
soddisfazione della cittadinanza e delle autorità.
Io, in quell’epoca,
frequentavo la seconda classe e non mi parve vero trovarmi
in quella bella scuola, comoda e soleggiata, dotata delle
moderne strutture necessarie alla formazione dei giovani
scolari.
Questa di cui sopra
non fu la sola opera che venne realizzata in quegli anni:
altre strutture pubbliche, meno imponenti ma per questo non
meno necessarie furono completate per rendere più agevole la
vita dei cittadini. Una di queste fu la circonvallazione
orientale, a sud-est dell’abitato. Questa strada a forma di
un ipsilon collegò contemporaneamente vari rioni; partendo
infatti dalla Via Ceserano, allora soltanto una strada
campestre che conduceva nei tenimenti in direzione di
Sulmona, salendo in direzione ovest e quindi sud-ovest fino
alla chiesetta consacrata alla Madonna della Neve, liberò
contemporaneamente il rione Schiavonia, Capo Le Capanne e
“rrète all’uorte” dall’obbligo di attraversare il centro
storico per recarsi nei campi.
La realizzazione
della suddetta importante struttura trasformò anche le
abitudini dei cittadini i quali si servirono della stessa
per le necessità quotidiane di lavoro, agricolo ed
artigianale, semplificando e riducendo i percorsi tra il
centro storico e la periferia, dando la possibilità ai mezzi
ed agli animali dediti al lavoro dei campi, di accedere ad
essi senza attraversare le zone centrali del paese con
evidente vantaggio dell’igiene cittadina.
Per noi del Rione
Schiavonia, l’apertura verso altri quartieri, soprattutto
quelli di “Capelecapenne” e “rrète all’uorte”, ben presto ci
mise a più stretto contatto con i ragazzi degli stessi,
facendo scoppiare aspre rivalità, sfociate poi in vere e
proprie battaglie, combattute con ogni mezzo lecito ed
illecito, alle quali presero parte anche i giovani;
transitare per un altro rione e venendo riconosciuti, dava
luogo a contestazioni, subito trasformate in litigi; questi,
se si creavano le condizioni adatte, divenivano battaglie
che si ingigantivano man mano che la voce correva verso
altri ragazzi ai quali non pareva vero poter finalmente
menar le mani.
Il terreno era
quello nel quale si era accesa la mischia; poi c’era
“l’avanzata” a seconda delle forze in campo. Le armi erano
le più disparate: bastoni, fionde, “zaurrate”, cinghie tolte
dai pantaloni al momento, facendo cadere questi ultimi fino
in fondo alle gambe, con grande sollazzo della parte
avversa.
Venivano fatti
anche i prigionieri, cioè coloro che malauguratamente si
facevano sorprendere isolati; costoro venivano legati e
tenuti in ostaggio fino al termine della battaglia.
Non veniva
disdegnato anche l’uso della bocca: infatti molti erano
coloro che riportavano morsi tremendi, fino al sangue!
Ovviamente, durante
queste cruente battaglie, la zona era intransitabile perché
i sassi, scagliati con le fionde da tiratori molto abili,
assumevano velocità incredibili e guai erano per coloro che
malauguratamente venivano colpiti da tali micidiali
proiettili.
La cessazione delle
ostilità avveniva per la calata delle ombre della sera che
non permetteva più di individuare i bersagli sui quali
scagliare i sassi, oppure per consunzione, cioè per la
mancanza dei combattenti i quali, man mano che le mamme li
chiamavano, abbandonavano le linee e facevano rientro nelle
loro abitazioni per la cena, stanchi e sudati.
I residui degli
“eserciti”, coloro che restavano in campo fino al termine
della battaglia, infine, si riconciliavano non senza aver
prima discusso sull’esito del combattimento; all’uopo si
contavano i feriti, i prigionieri e i disertori; fatta la
conta degli elementi suddetti si attribuiva la vittoria.
Ovviamente, la schiera perdente si riprometteva di sfidare
quella vittoriosa ad altro combattimento che probabilmente
si sarebbe svolto...il giorno dopo.
Il giorno dopo, a
scuola, si raccontavano ai compagni di classe le gesta del
giorno avanti, mostrando fieramente bernoccoli, graffi,
“frèute” ed ematomi vari, compresi gli strappi ai vestiti
che le mamme o sorelle non avevano avuto il tempo di
rammendare.
A conclusione voglio qui
riportare una bellissima poesia in dialetto pratolano
scritta molti anni fa dal nostro poeta concittadino Zeffiro
Di Loreto che tratta, appunto, delle “uerre pratulane”.
Detta poesia, molto suggestiva e colorita, rievoca le
suddette guerre rionali combattute tra i ragazzi dei vari
rioni di Pratola:
LA UERRE PRATULANE
La uèrra pratulane l’èmme fatte da quatrèie
ammònt i abballe pè lla ruèlle;
Sendìve azzunà le prètate: “uiie! uèie!”
i ngòcce i mbacce ìvene a ffa rrelle.
Che zavurrate! che freute! che strije!
I se stregnè la battaije i l’accerrijje,
chi stregnè nganne i chi scarcè capije,
a mùcceche, a ciangate, a sbattentèrre,
a spetaccia cammisce, a cendrenète,
a tripp i lengua fore i a vava mmocca,
scavecetrènne come i dannète.
Tutta ssa uèrre me nen ze fernève
se nge se mettè mmiezze Zè Flumène;
allore a ogni parte s’allucchève:
“Fermèteve! ca Zè Flumène è p.....!
“chi la scò...ciabbusche!!!”
“I ciabbuschève”.
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